A
parole tutti giurano di
voler semplificare le
procedure, nei fatti la burocrazia si prende mille
soddisfazioni. E ha fatto
dell’Italia un Paese di santi,
navigatori e adempimenti.
L’ultima riguarda il Sistri, il
sistema di tracciabilità dei
rifiuti più volte contestato,
prorogato per nove volte,
poi sospeso e infine ripristinato. Ebbene il Sistri sta
per celebrare il suo trionfo
a dispetto delle inchieste
giudiziarie che lo hanno
coinvolto (caso Pelaggi) Dal mese di marzo infatti anche barbieri ed estetiste, calzolai
e tatuatori, restauratori e orafi,
orologiai e tipografi saranno
equiparati ai «produttori iniziali
di rifiuti pericolosi» e «agli enti
o imprese che effettuano operazioni di trattamento, recupero,
smaltimento, commercio e intermediazione di rifiuti pericolosi». Per capirci dovranno
comportarsi come se fossero i
gestori di un impianto siderurgico o di un grande ospedale.
E così, secondo una denuncia
della Cna, per 350 mila piccole e
piccolissime imprese inizierà
un ulteriore inferno burocratico. Le lamette del barbiere, la
ceretta dell’estetista, il toner dei
tipografi, le batterie degli orologiai, le sostanze utilizzate nella
produzione dell’oro e persino
gli strumenti usati per tatuare
dovranno essere tracciati e registrati. Bisognerà comprare una
chiavetta Usb speciale, con un
software protetto, seguire le
istruzioni del portale del Sistri e
pagare un’imposta che parte da
120 euro e sale a seconda dei dipendenti. Il guaio è che sul portale occorrerà fare un’operazione per ogni tipologia di rifiuto,
anche marginale.
«È stato il passaggio al digitale a complicare le cose», denuncia Sergio Silvestrini, segretario
generale della Cna. E infatti tra i
trasportatori c’è chi ha avuto
problemi di funzionamento
della chiavetta e chi con la black
box, la scatola nera attivata sui
veicoli che movimentano i rifiuti. C’è chi ancora oggi continua ad incontrare difficoltà insormontabili di accesso alla
piattaforma digitale o chi addirittura si è trovato nella schermata di un’azienda concorrente
in barba alla privacy e alla sicurezza nazionale.
Finora all’artigiano era richiesto di tenere un registro di
carico e scarico su cui annotare
le caratteristiche qualitative e
quantitative dei rifiuti, la destinazione, la data di carico e scarico, il mezzo di trasporto e le
modalità di smaltimento e una
volta contattato il trasportatore
bastava compilare il formulario
di identificazione in quattro
copie. Ora con il passaggio al
digitale il calzolaio che usa colle e vernici, scarti di pelle conciata e solventi alla fine di ogni giornata dovrà inserire la chiavetta Usb nel proprio computer, accedere alla piattaforma
Sistri, aprire la scheda del registro cronologico, inserire una
serie di informazioni relative a
quantità e tipologie di rifiuto
prodotto, firmare la scheda e
salvare. Il tutto replicato per
ogni tipologia di rifiuto prodotto. Al momento della necessità di smaltire le piccole quantità di rifiuti dovrà chiamare il
trasportatore, reinserire la
chiavetta, accedere alla piattaforma, aprire e compilare per
ogni tipologia di rifiuto da
smaltire una scheda movimentazione, firmare e aspettare che
il trasportatore accetti la presa in carico. Quest’ultimo a sua
volta dovrà inserire la chiavetta
nel proprio pc, confermare la
scheda movimentazione, indicare il percorso che intende effettuare, stampare e consegnare la scheda all’autista che arrivatodal calzolaio inserirà la
propria Usb nel pc del calzolaio
e insieme completeranno la
procedura. Lo stesso accadrà
per il barbiere che utilizza quelli che in burocratese si chiamano «taglienti monouso a rischio infettivo» (per il volgo,
lamette) o per le estetiste produttrici di rifiuti pericolosi come batuffoli di ovatta o strisce
per la depilazione.
È chiaro che dall’estensione
del perimetro di applicazione
del Sistri non verrà aumentata
la sicurezza nazionale ma verrà
messa ulteriormente a repentaglio la vita di tante piccole imprese già stressate dalla recessione. «È stata costruita — denuncia Silvestrini — una gigantesca e costosissima macchina
digitale, un Grande Fratello che
ti segue e controlla passo passo
e che ha il difetto il funzionare
malissimo. E così le imprese
pagano gli errori di burocrati
che con ostinazione rifiutano di
dialogare per individuare insieme le proposte per uscire da
questo disastro».
Dario Di Vico